La gioventù è una potente medicina: cura le ferite più dolorose, anche quelle lasciate dalla guerra. Sui monti la vita riprende dopo gli anni faticosi e cupi , che adesso sono sempre più sbiaditi e confusi. Ritornano i giorni dell'allegria e della spensieratezza, gli scherzi con gli amici, i balli e le feste sull'aia, ritorna la vita...
I bei ricordi
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Bruna e Manduin |
Manduin portava il grammofono e si organizzavano balli di gruppo, molto amati, che i giovani dei monti chiamavano la contradanza.Era sicuramente una versione riveduta dell'antica contredanse francese, derivata da un ballo popolare di piazza nato in Inghilterra nel XVII° secolo chiamato country dance.Manduin svolgeva il ruolo del caller, ossia colui che chiamava le coppie in ballo e comandava le figure di danza da eseguire, figure dai nomi rigorosamente francesi.
Mia madre ricorda con immutato divertimento e partecipazione quei balli spensierati in cima ai monti, l'aria fresca dei boschi che portava profumi di fiori e fieno e tutta quella gioventù sana e felice che si affacciava alla vita con speranza e voglia di fare.
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Luciana |
Anche le fiere erano importanti occasioni di divertimento e di socializzazione. Esisteva inoltre una simbologia legata al corteggiamento e ai riti del fidanzamento e del matrimonio, che i giovani conoscevano bene e a cui davano una certa importanza: ad esempio acquistare collane di noccioline, dette “ reste “, in numero esagerato fino a ricoprire collo e braccia di una ragazza desiderata in sposa, significava dichiarare pubblicamente l'esistenza di un impegno sentimentale.
Quando c'era la fiera ( ad esempio a Brugnato) le ragazze, che come mia madre avevano risparmiato qualche decina di lire vendendo ricotte o funghi alle ricche famiglie di Levanto, partivano tutte contente di poter comperare qualche cosa tutta per loro. Passeggiavano tra le moltissime bancarelle, dove si poteva trovare veramente qualsiasi cosa, sotto lo sguardo indagatore delle madri o delle zie, sotto gli occhi sorridenti dei giovanotti e si divertivano ad essere ammirate o salutate. Alla fiera era d'uso sgranocchiare frutta secca o lupini salati, mangiare torte salate o affettati e bere vino nostralino. Verso sera si faceva ritorno a casa a piedi, di nuovo risalendo crinali e percorrendo coste e mulattiere, magari utilizzando i punti dove nei giorni lavorativi si appoggiavano i carichi ( le “pose”) per fermarsi a riposare qualche minuto. Qualche volta mia madre riusciva davvero a mettere da parte un piccolo capitale, vendendo le ricotte giù a Levanto e spesso preferiva spendere il suo piccolo tesoro acquistando un panino bianco ripieno di tonno, che poi consumava con soddisfazione quando arrivava in una località, lungo il cammino di ritorno, chiamata “le fontane”, oppure un nuovo paio di scarpette di tela in un negozio di Corso Roma,da sfoggiare la domenica.
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Franco e Renata a Soviore |
Un' altra occasione di divertimento erano le feste religiose che si svolgevano nei paesi intorno: la Madonna di Roverano l'8 di settembre e la Madonna di Soviore erano le più venerate e si partecipava alla festa in loro onore raggiungendo i Santuari con veri e propri pellegrinaggi. Mia madre ricorda con nostalgia quelle lunghe camminate seguendo le mulattiere in mezzo ai boschi e lungo i crinali dei monti, ricorda il continuo passaggio di pellegrini e muli, ricorda suo padre che andava ogni tanto a risistemarne i sassi divelti dagli zoccoli, insieme agli altri abitanti di quelle zone. Spesso ripete che allora le mulattiere erano pulite e sicure, anche se passavano in mezzo alla vegetazione e se dopotutto coprivano percorsi piuttosto isolati. Però c'era tra le persone una mutua e silenziosa collaborazione, si conoscevano i due o tre tipi poco raccomandabili, ci si aiutava a vicenda e tutti, grandi e piccini, si spostavano sulle coordinate di una rete di informazioni ed assistenza che non aveva nulla da invidiare al web. In occasione di queste feste, come anche del ferragosto, si preparavano torte di riso e tegami di carni al forno, lasagne col sugo di funghi e i “ravacoi”, la “ bruciatella “ che era la vera specialità di mia nonna Maria. Al tempo delle patate novelle Maria preparava tegami colmi di “ patatin “ sbucciati a foggia di funghetto, ossia ricavando un finto gambo e lasciando la buccia per simulare il cappello del fungo.
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Arturo |
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