La guerra...

Camillo, mio nonno, alla guerra d'Africa...






 Le fotografie qui sopra sono le uniche testimonianze visibili della stretta connessione che la famiglia Medone ebbe con gli eventi bellici conseguenti alla salita al potere del fascismo.Tutto il resto, la scelta di campo della famiglia, le violenze e il terrore che la dittatura sparse a piene mani sulle popolazioni, risiede nella memoria di mia madre. La durezza di quegli anni, il senso della fragilità della vita umana, l'incertezza e la paura sono raccolti in una sorta di diario, un archivio interiore organizzato per sentimenti, suoni terribili e colori: il diario di una bambina di 11 anni, che tutto vede, tutto capisce, ma attraverso la lente d'ingrandimento dell' innocenza...e sebbene il senso del tutto non le sembri affatto chiaro, lei cuce ogni istante con pazienza e meticolosità, fino a farne una trama leggera che svolge e riavvolge nel corso degli anni, rileggendo ogni episodio con l'ausilio del tempo e, soprattutto, raccontando.
E' proprio in questo modo che questa storia è giunta fino a me, attraverso un racconto infinito, diluito nel tempo ma sempre coerente e uguale, ricco di suoni, colori e voci che hanno scandito parole resistenti all'usura del tempo; ed è così che lo voglio ricostruire, con la stessa scansione, con la stessa cura, cercando di non sciupare i fragili punti con cui mia madre ha cucito il suo passato.

Della guerra coloniale mia madre non ricorda che il vago ritorno di mio nonno, che vede per la prima volta, e la parola Africa, che per lei significa il punto più lontano da lei che suo padre abbia visitato. Ricorda bene il riprendere della vita quotidiana,  come aria fresca che riporta sollievo nella calura d'agosto; papà è vivo, è tornato... le pecore e le mucche riprendono il sentiero dei pascoli, nel paiolo bolle il latte, il formaggio fresco ristora con il suo profumo e i campi sono come giardini dell'Eden sui monti di Levanto. Il grano biondo ondeggia al vento caldo come un'immensa crosta di pane appena sfornato e i fiori adornano il "sepolcretto" che la nonna Giuditta prepara per il Venerdì Santo... vivere, per una bimba di appena sette anni , è come dondolare beatamente sull'altalena, con indosso il vestitino più bello...poi l'altalena si ferma, il vento cambia direzione e stagione, le cicale e gli uccellini sembrano meno festosi: la " guera " e arrivata.


Dalla memoria e dal cuore di mia madre


I colori

La guerra è la notte della civiltà, la guerra è il buio... il buio della casa, le finestre rivestite di carta da zucchero ed io mi alzo al mattino non ancora fatto, perchè la nonna Giuditta non può più stare nel letto: le sue gambe sono ricoperte di piaghe, che io sfascio e rifascio continuamente. La mia nonna ha freddo ed io accendo il fuoco per lei, anche ora che la mamma stanca ha dimenticato di preparare i legnetti per accendere... io ci riesco, prendo uno dei manici da zappe che mio padre prepara alla stagione giusta e lo riduco in listerelle sottili con un coltellino e, sotto gli occhi commossi e orgogliosi di mia nonna , accendo un bel fuoco che brilla nella stanza buia. Ho visto altro brillare così, dietro la carta dei vetri; quasi ogni notte bombardano Spezia, laggiù sull'orizzonte, quasi ogni notte il cielo diventa un fuoco che potrebbe scaldare la mia nonnina per tutte le notti a venire, se non fosse un fuoco di morte, un fuoco che si porta via la vita. Una notte passa basso sulla casa un bombardiere in fiamme, semina fuoco come fa mio padre con il grano, sorvola "Landin", la mia casa, la "Vurpoia" e lì riversa il suo fiume di fuoco, poi vira e scompare, lasciando dietro di sé grida di  orrore e fiamme altissime. Il terrore ci assale e ci afferra come un vento improvviso e, quasi rotolando come paglia leggera, siamo spinti a fuggire verso un campo lì vicino, uniti gli uni agli altri come le pecore radunate dai cani, esposti alla morte certa o alla benevolenza di Dio, la luna ci illumina a giorno e ricopre di luce fresca tutto quell'ardore, siamo ancora vivi...

Il nero è il colore della morte, dei mostri, degli assassini, e nere sono le camicie degli alpini che circondano la nostra casa , alla fine di quella tragica notte di settembre in cui, insieme al cibo, agli animali, al frutto benedetto del lavoro dei miei, i soldati si portano via la forza di mia nonna Giuditta e la pace  santa di mio nonno Camillo. Poi al verde dei miei monti si mescola un verdolino chiaro, che farebbe venire in mente le tenere piantine del granturco, se non fosse un mare pauroso di soldati tedeschi. Sono disseminati come funghi sui prati intorno alla casa, illuminati dal sole, sostano per poco tempo comandati da un ufficiale che parla con mio padre gentilmente e sorride, poi si ricompongono in un lunghissimo interminabile serpente,che sembra strisciare lungo la strada verso la "Cappelletta" e se ne vanno via.


Io sono nata a settembre, nel 1933; a settembre l'uva bianca, insieme alla nera, profuma l'aria di dolcezza... a settembre esco dalla porta di casa e vado a cogliere dell'uva perchè ho proprio voglia di sentirne il sapore... a settembre tendo il braccio verso i tralci e il mio sguardo inquadra una figura maschile, spaventosa, che risale la costa sotto di me. Ha gli abiti laceri, non porta le scarpe e una folta capigliatura ed una barba incolta mascherano la sua identità. Ho paura, ancora e sempre, dimentico l'uva e scappo verso casa, mentre lo sconosciuto mi chiama per nome e mi dice "sono io"... è mio cugino Manduin, è tornato a piedi dal Brennero, è tornato stremato e irriconoscibile, ma quando arriva davanti alla casa e sorride, riconosco il ragazzo di sempre che mi faceva ridere alle veglie, che non riuscii ad avvisare in tempo quando i fascisti lo vennero a catturare a casa sua, che vidi lasciare la "Cappelletta" forse per sempre. La guerra semina la paura nel cuore degli esseri che le sopravvivono, è il suo regalo d'addio.


I suoni

Nei prati intorno alla mia casa, nei boschi ombrosi, nelle funghiere  odorose c'erano suoni e voci che solo il mio cuore riesce a ricordare perfettamente, ma che non so spiegare... Erano il mio mondo quotidiano, il primo saluto del mattino, la musica del meriggio sotto il sole cocente, la neve silenziosa che avvolgeva la casa. Improvvisamente un giorno si aggiunse un suono nuovo, che non ci avrebbe abbandonato per mesi e stagioni, il rombo sordo dei bombardieri. Li sentivo arrivare da lontano, sorvolavano la mia casa gettando un'ombra di rapace sui prati, giravano sulla "Vurpoia" e scendevano in picchiata a bombardare Levanto.Quando li sentivamo andare via salivamo a "Fusarin" per vedere Levanto, che era sempre avvolta dal fumo.
Una volta uno di questi mostri alati scaricò nella "Ciazza" un serbatoio ancora mezzo pieno di carburante, un'altra volta una radio , che mio padre consegnò ai carabinieri di Levanto.

Ricordo ancora la voce che annunciava il passaggio di uno di quei bombardieri, si chiamava " Pippo ", portava la morte al dolce suono di una filastrocca per bambini.


Poi c'erano i rastrellamenti: fantasmi invisibili che si percepivano soltanto nel fruscio confuso di passi sulle foglie e nel  martellare delle mitragliatrici che si perdeva tra gli alberi frantumati. Gli spettri della morte salivano da Carrodano, Levanto, Borghetto, Lago,Pignone e arrivavano ai miei monti ... rastrellavano vite umane come si fa con le castagne d'ottobre, giovani, adulti, ragazzini, senza pietà, senza pace.Una notte Manduin era andato a dormire con altri ragazzi come lui alla "Ciazza", per paura di essere catturato; nel buio avevano sentito dei passi avvicinarsi ed erano fuggiti verso la valle di Cassana, quasi rotolando come i sassi che noi bambini gettavamo nelle grotte lì intorno, per sentirli cadere giù. I fantasmi assassini, arrivati alla "Ciazza" avevano intravisto muovere il fogliame ed avevano cominciato a mitragliare verso la valle, riducendo il bosco in poltiglia. Quando mio padre tornò alla "Ciazza", dove abitualmente faceva il carbone, trovò una montagna di bossoli, che poi sotterrò, il bosco e lui sanno dove.
La voce secca delle mitragliatrici accompagnava le giornate di lavoro e di attesa, le preghiere per i cari lontani e i morti, le speranze di pace. Un giorno mio padre, mio cugino Dino ed io seminavamo patate vicino alla casa; dalla cima del Bardellone cominciarono a sparare, ma mio padre che aveva combattuto in Africa sentì il sibilo sottile delle pallottole e ci fece fuggire dietro la casa.
La furia assassina si sfogò sul pergolato davanti alla porta, perforando e scheggiando i tronchi di cui era fatto in più punti.


 I sentimenti

L'amore per la libertà e la giustizia hanno sempre guidato tutti coloro che si sono opposti, con piccoli o grandi gesti, alla dittatura e al terrore. Giuditta e Camillo hanno sempre saputo da quale parte stare: conoscevano l'ardore e il coraggio dei partigiani veri, quelli che vivevano sui monti, i rischi che correvano nell'aiutarli a portare a compimento il loro progetto di libertà e democrazia. Così, per tutto il periodo doloroso e arduo della Resistenza, ogni notte sentivamo bussare leggermente alla porta; una voce mai uguale chiamava – nonnina?- e la mia nonna apriva la porta, spinta dal coraggio dei giusti e dalla certezza di fare bene.
Ogni notte bussavano affamati, ogni notte la nonna friggeva le frittelle di castagne, preparava pane e formaggio,”cacin”, quello che aveva in casa e sfamava quei ragazzi stremati dalle marce, dai combattimenti, dalla vita sui monti... e grazie nonnina... grazie dai partigiani.. I partigiani avrebbero voluto portare regali alla mia nonnina, le offrivano sempre doni che lei rifiutava ogni volta. Soltanto in una circostanza, dietro le loro insistenze,  accettò della lana viola, con cui confezionò una sciarpina... ...Ospitavamo due carabinieri ricercati,credo per diserzione: il maresciallo e l'appuntato di stanza a Levanto. Per fortuna o per le preghiere di mia nonna, “quella notte” andarono entrambi a dormire alla “Ciazza“, così non furono trovati in casa, quando le camicie nere arrivarono e quasi buttarono giù la porta a calci.”Qualcuno“ che tutti noi conoscevamo bene, aveva fatto la spia e nel cuore della notte eravamo stati svegliati dai colpi alla porta e dalle grida dei fascisti.
Entrano in casa, ci puntano i fucili contro e prendono mio padre; gli ordinano di dire dove si trovano i fuggiaschi, mio padre dice che non lo sa, che ha visto passare delle persone e niente più. Non gli credono. Entrano nella camera di mia mamma, che è sdraiata nel letto, con Franco piccolo che si è svegliato per i rumori e le piange tra le braccia ; è terrorizzata. Sul muro sopra le loro teste c'è un ritratto  del Re, lo frantumano con una raffica di mitra e i pezzi di vetro cadono su mia madre e mio fratello, ricoprendoli. Il loro capo dice che hanno sete, mia nonna prende un secchio e dice che per prendere l'acqua bisogna uscire, ma il capo la ferma perchè fuori hanno l'ordine di sparare a chiunque esca dalla casa. Io sono nella stanza accanto, sento mio padre che risponde calmo, uno viene da me e mi chiede se li ho visti, io dico le stesse cose che ha detto mio padre. Allora prendono mio padre e lo portano fuori, poi sentiamo una raffica di mitra e la nonna cade a terra priva di conoscenza. Silvio, con un'energia insospettabile in un ragazzo deformato dalla poliomielite, si avventa contro quegli assassini e grida di uscire, che la sua mamma è morta, di andare via. Il capo degli assassini non si scompone, dice che si riprenderà e intanto manda degli uomini a “Landin”, per vedere se i fuggitivi sono lì. A “Landin” c'è mio zio Angiulettu, con una parte della sua famiglia perchè due suoi figli abitano con noi. Mio zio fa appena in tempo a nascondere un fucile nel letto e a metterci la Gina a fingere di dormire, quando arrivano le camicie nere. Tornano a fare rapporto e dicono di aver visto solo una bella ragazza che dormiva.
Poi mio padre rientra in casa , è vivo! La nonna riprende colore e conoscenza, gli assassini se ne vanno. Non ricordo niente del dopo forse ci siamo ritirati tutti nei nostri letti, annichiliti dal terrore, forse mia mamma ha ripulito Franco dai pezzi di vetro e lo ha allattato perchè stia tranquillo, forse i grandi sanno già chi ha fatto la spia e ci ha quasi fatto uccidere... ma alle prime luci dell'alba l'epilogo di quella notte terribile ci piomba addosso come una grandinata. La casa viene circondata dalle camicie nere, entrano, chiedono che mio padre consegni tutto il raccolto, mio padre dice che non è stato molto e loro riportano esattamente la quantità di grano fatta e lo scarto preciso.Capiamo che un'altra persona ci ha traditi e ci arrendiamo all'evidenza. Portano via tutto: formaggio, olio, farina, i pochi animali che non erano ai pascoli con gli altri. Mio nonno Camillo li guarda in silenzio, forse è proprio in quei momenti che la sua ragione si spezza, dopo una notte di violenza la sua mente non regge ad un nuovo dolore. Il mattino dopo lo rivedo seduto con la testa tra le mani sui gradini di casa, intorno e lungo la strada il bottino delle camicie nere giace come uno sfregio sulla faccia della terra: fiaschi d'olio rovesciati e spaccati, formaggio fatto a pezzi a morsi, sacchi di farina lacerati...
Il maresciallo e l'appuntato arrivano di corsa dal loro nascondiglio. Il maresciallo è veramente una brava persona, dice a mio padre che partirà immediatamente, non vuole metterci ancora in pericolo, cerca di convincere anche l'appuntato, ma inutilmente e parte da solo. Prima di allontanarsi da noi , mi si avvicina e mi chiede in pegno una sciarpetta viola che la nonna mi ha fatto con la lana dei partigiani.Mi dice :- Se riuscirò a tornare a casa da mia moglie sano e salvo, te la rispedirò;se non la vedrai tornare, saprai che neppure io sarò tornato a casa, allora dì una preghiera per me.
Non ho più rivisto la mia sciarpetta viola.
Sono contenta ed orgogliosa che la mia famiglia abbia rischiato la vita per lui.
Nelle ore successive il comandante dei partigiani, che si chiamava Armando,cercò di convincere mia nonna e mio padre a rivelare il nome della spia che ci aveva mandato le camicie nere, ma non ci fu niente da fare. Rimase un giorno intero seduto accanto a mia nonna, tentando invano di convincerla, ma per mia nonna solo Dio aveva il potere di giudicare e non disse mai quel nome.
Mio nonno Camillo, dopo quella notte si ammalò: rifiutava il cibo che mia nonna gli preparava con amore, ripeteva in continuazione che i suoi “fanti” stavano morendo di fame, a nulla servivano i pani fragranti che mia madre gli metteva tra le mani, o le scorte di formaggio e farina e ogni bene che tornarono presto a riempire la casa...
Quando la guerra finì andai con mio padre sul Bracco a veder passare gli Americani, la vita sui monti ricominciò grazie ai ritmi tranquilli della natura e tutti cercammo di dimenticare il più presto possibile la paura che per così tanto tempo aveva pesato sulle nostre vite.Giù a Levanto si cominciarono ad incontrare molte persone del posto che si erano distinte durante la guerra per crudeltà o disonestà; adesso giravano a testa alta, sfacciatamente. Potrei raccontare molti episodi, con nomi e cognomi, ma credo avesse ragione mia nonna, non sta a noi giudicare.
Entrambi i miei nonni morirono a causa della guerra: mio nonno si lasciò morire lentamente giorno dopo giorno, il cuore di mia nonna, stanco e malato per il tanto dolore sopportato, si fermò qualche tempo più tardi. Dei loro sacrifici, della loro felicità, dei loro lutti e dei loro piccoli grandi atti di eroismo ne serbano il ricordo ancora molte persone. Questo racconto vuole essere proprio una testimonianza di ciò che fu la vita sui miei monti, la vita delle persone e delle cose, la preziosa felicità malgrado tutto.  



2 commenti:

Francesco Zaffuto ha detto...

Red, dopo la tua segnalazione, ho letto questo pezzo e mi riprometto di continuare la lettura. E' un bel blog dove la vita e la storia sono un insieme inscindibile, un tutto che ci trascina e che con fatica dobbiamo cercare di comprendere.
saluti
francesco

Roby Bulgaro ha detto...

Eccezionale memoria storica, per non dimenticare, proprio in questo giorno, dovrebbe essere letta a voce alta ai revisionisti dell'ultima ora, che, sfacciatamente come quei fascisti che finito il conflitto hanno avuto l'ardire di girare a testa alta, si fregiano di "verità" false come falsa è la loro coscienza collettiva. Viva il 25 Aprile!
Grazie per questa straordinaria memoria.